«Papà dice che te lo meriti.»
Mio nipote Matteo aveva dodici anni quando pronunciò quelle parole, poi si chinò sul mio piatto e ci sputò dentro.
Il silenzio durò appena un secondo.
Poi mio cognato Stefano scoppiò a ridere.
Mia sorella Laura si coprì la bocca con il tovagliolo, ma vidi chiaramente che stava sorridendo. Mio fratello Andrea alzò gli occhi dal telefono, fece una smorfia divertita e tornò subito a scorrere lo schermo.
Solo mio padre abbassò lo sguardo.
Mia madre, invece, disse:
«Matteo, basta. Non si fanno queste cose a tavola.»
Lo disse con lo stesso tono con cui avrebbe rimproverato un bambino per aver appoggiato i gomiti sulla tovaglia.
Io rimasi seduta.
Avevo ancora la forchetta in mano.
Sul piatto c’erano le lasagne che mia madre preparava da quando eravamo bambini, quelle con il ragù lasciato sobbollire per ore e la besciamella troppo densa. Per anni avevo associato quel profumo alla domenica, alla famiglia, a qualcosa che credevo non potesse essere comprato né distrutto.
Quella sera capii che mi ero sbagliata.
Guardai Matteo.
«Chi te l’ha detto?»
Il ragazzo si irrigidì appena.
Stefano smise di ridere.
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