«Non fare una tragedia, Francesca.»
Mi chiamo Francesca Bellini. Avevo trentasei anni, lavoravo come responsabile amministrativa per una società di logistica a Bologna e, da quasi otto anni, pagavo più della metà delle spese della casa dei miei genitori.
La casa in cui, quella sera, mi avevano appena sputato nel piatto.
Era una villetta degli anni Ottanta a Casalecchio di Reno, con le persiane verdi che mio padre ridipingeva ogni primavera e un piccolo cortile dove mia madre coltivava basilico, rosmarino e pomodori.
Cinque anni prima, quando mio padre Carlo aveva avuto un infarto lieve e aveva dovuto ridurre drasticamente il lavoro nella sua piccola officina, il mutuo era diventato troppo pesante.
Mancavano ancora centosettantottomila euro.
Mia madre Teresa mi aveva telefonato piangendo.
«Tuo padre non lo sa, ma la banca ci ha mandato una lettera. Se restiamo indietro ancora due mesi, rischiamo tutto.»
Io avevo trentun anni.
Avevo appena ricevuto una promozione.
Non avevo figli, non avevo un marito e, secondo la mia famiglia, questo significava che non avevo vere responsabilità.
Accettai di aiutare.
All’inizio doveva essere per sei mesi.
Poi per un anno.
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